Dall’America arrivano i vini clonati. Merito, o colpa, della nanotecnologia

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Dalla biblica trasformazione dell’acqua in vino nelle nozze di Cana ne è passato di tempo! Eppure, oggi l’uomo sta cercando ogni tipo di espediente per giocare a fare Dio. La scienza, in alcuni casi, prova a sostituirsi in tutto e per tutto alla Natura e alle sue leggi. In moltissimi casi a beneficio dell’uomo e della sua salute, per carità. In altri casi invece, l’intento sembrerebbe esclusivamente quello di spingersi oltre in virtù di una divinità diversa: il denaro. Ma non sta certo a noi giudicare. Vogliamo solo raccontarvi che, dopo la clonazione della pecora Dolly, la scienza non si è fermata. Cosa c’entra il vino in questo caso? Stanno provando a clonare chimicamente anche i vini pregiati.

Quale sia il modo in cui ci si riesca, è davvero troppo complesso per i non esperti. È sicuro però che a giocare un ruolo fondamentale sia la nanotecnologia, una branca della tecnologia che ha a che fare con materia che abbia dimensioni più piccole del nanometro. Che per essere precisi corrisponde a un miliardesimo di metro. Qualcosa di invisibile, praticamente. Fino a ora, la nanotecnologia è stata ampiamente utilizzata in campo alimentare, per far sì che migliorassero alcune caratteristiche dei cibi come il colore, la consistenza…oppure sono state usate le nanoparticelle per purificare le acque e i terreni. Da quando l’applicazione di queste particelle si è spostata dal campo dei materiali a quello agroalimentare, ne abbiamo viste di tutti i colori. E adesso siamo arrivati al vino!

Una startup americana, la Ava Winery, a partire dal 2015 ha dato vita a un progetto che prevede come obiettivo finale quello di clonare chimicamente i vini, ovviamente senza usare uve. Perché? Per creare una sorta di immenso database e avere la possibilità di replicare qualsiasi tipo di vino, anche quelli più costosi. Per poi rivenderli a prezzi più che popolari. Una sorta di DNA del vino, utilizzato per conquistare il mercato. Se in un primo momento i vari test non avevano sortito l’effetto sperato, con l’andare del tempo la Ava Winery è riuscita a superare l’empasse e ha prodotto i primi tre cloni di vini pregiati.

Dopo aver creato questi tre vini senza nessuna vendemmia, senza nessun lavoro dei campi, senza poesia, l’azienda americana ha proposto un test con una degustazione alla cieca. E il risultato è stato clamoroso: il 90% delle persone che hanno degustato i vini non hanno riscontrato differenze rispetto agli originali. E adesso? Cosa cambia? Beh, al momento le leggi americane non prevedono che una bevanda del genere possa essere messa in commercio con il nome “vino”.

Ma la domanda che ci chiediamo in realtà è un’altra: questa innovazione può essere considerata positivamente? Non c’è il rischio che ci si possa sostituire alla sapiente mano di Madre Natura? A chi giova? Ognuno sarà in grado di farsi un’idea. E noi restiamo convinti del fatto che per produrre vino ci voglia un terreno, le tradizioni, la vigna, la cantina. E da una passione che non può essere donata da nessuna tecnologia del mondo!